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Il potere della ristrutturazione (reframing)

Esiste una tecnica, reframing (reincorniciamento o ristrutturazione), elaborata da Richard Bandler e John Grinder, i co-creatori della Programmazione Neuro Linguistica (cfr. R. Bandler, J. Grinder, La Ristrutturazione, Casa Editrice Astrolabio, Roma), che permette di cambiare la maniera di porsi di fronte alle avversità della vita.

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Questa tecnica ha come presupposto che nessuna esperienza è positiva o negativa in sé: ciò che la rende tale è la “cornice” entro la quale la si inserisce. Se, infatti, si cambia la cornice o il contesto, il significato dell’esperienza cambia immediatamente. Lo scopo del reincorniciamento è di inviare al cervello stimoli diversi e maggiormente potenzianti che influiscano positivamente sugli stati d’animo e sui comportamenti a essi associati. Le domande da porsi per operare tale cambiamento sono:

«C’è una cornice più ampia (o diversa) entro cui questo comportamento sarebbe utile?»

«In quale contesto è utile l’esperienza che mi è successa?»

«Che altro potrebbe significare quest’evento?»

LA VITA E’ BELLA

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Che cosa ha fatto, ad esempio, Guido (interpretato da Roberto Benigni nel film La vita è bella quando venne deportato, in quanto ebreo, in un lager nazista con il suo bambino (Giosuè)? Gli disse, forse, la verità? Gli disse forse che sarebbero morti entrambi come tutti gli altri ebrei? No! Non Guido. Per salvare suo figlio dall’orrore che lo circondava, compì un autentico capolavoro di reincorniciamento (reframing); fece credere al piccolo Giosuè che tutto ciò che vedevano faceva parte di un grande gioco in cui avrebbero dovuto affrontare prove tremende per vincere il meraviglioso premio finale: un carro armato vero. In questo modo, Guido riuscì a salvare suo figlio.

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In un ottica di benessere psicologico è utile tenere a mente che:

La sfortuna o la fortuna sono punti di vista. Ad esempio, la tua macchina guasta può essere una buona cosa per un meccanico o il tuo mal di testa può essere una buona opportunità per un venditore di aspirine.
Le percezioni hanno carattere creativo. In altre parole, se percepisci un evento come negativo, sarà questo il messaggio che trasmetterai al tuo cervello, il quale a sua volta produrrà azioni che ne faranno una realtà. Non fissarti, ad esempio, nella convinzione che le tue azioni durante il giorno andranno male: anche solo dicendolo farai sì che la giornata vada davvero in quel modo, in quanto attirerai tutti gli elementi, grandi e piccoli, in grado di arrecarti le condizioni infelici che avevi previsto.                                                  Come risultato, ti ritroverai a chiederti: “Che succede? Perché mi sta andando tutto storto?”.

Nulla al mondo ha un significato assoluto. Infatti, il significato di ogni esperienza dipende dalla cornice in cui la si inserisce. Una delle chiavi del successo consiste nell’individuare il contesto più utile per ogni esperienza; in modo da poterla trasformare in qualcosa che operi a nostro beneficio anziché a nostro danno.

Facciamo altri esempi:

Situazione negativa

Ristrutturazione dell’evento

Il mio capo non fa che rimproverarmi

È buona cosa che il mio capo abbia cura di dirmi quali sono le sue effettive intenzioni. Avrebbe potuto informare il Direttore Generale, invece …

Quest’anno dovrò pagare tasse per oltre 5000 Euro in più rispetto all’anno scorso.

Ottima cosa: evidentemente, quest’anno ho guadagnato molto di più dell’anno scorso.

Quest’anno abbiamo poco denaro per comprare i regali di Natale.

Benissimo, possiamo così spronare la nostra fantasia e fare qualcosa che gli altri non dimenticheranno mai, anziché comprare i soliti regali.

Potrei fallire: ciò sarebbe terribile e non potrei sopportarlo

È vero, potrei non raggiungere i risultati sperati, tuttavia se non proverò non potrò mai conoscere le mie potenzialità.

Non l’ho mai fatto prima.

Solo perché non l’ho fatto prima, non significa che non possa iniziare a farlo ora.

Tratto dai miei libri:
“Rendere al massimo”, Casa Editrice De Vecchi.
“Basta rodersi il fegato”, Casa Editrice Anteprima.

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Ragionare in termini di possibilità

Uno strumento per vincere le avversità e superare i momenti più tristi che inevitabilmente possono accadere a ciascuno di noi consiste nel ragionare in termini di possibilità. Indipendentemente dai contraccolpi negativi, che possono derivare dalle circostanze della vita, è fondamentale ragionare in termini di possibilità. In pratica tutto quello che ci succede ha una ragione e uno scopo e che possiamo servircene.

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Un esempio di questa convinzione, che ho raccontato nel mio libro “Rendere al massimo“, scaturisce dalla vita dell’attore americano Christopher Reeve, divenuto celebre per l’interpretazione del film Superman.

Reeve, nel maggio del 1995, rimase per cinque giorni tra la vita e la morte per una frattura alla spina dorsale causata da una brutta caduta da cavallo. In quelle circostanze drammatiche l’attore nella sua autobiografia (Sempre io, Casa Editrice Tea, 1998, pp. 308) confessa di aver pensato più volte “di lasciarsi morire”.

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Ma proprio in quei momenti di totale sconforto si sentì dire da sua moglie le parole che gli cambiarono la vita: “Ascoltami bene – disse – io ti sosterrò in ogni caso, perché si tratta della tua vita e della tua decisione. Ma sappi che ti rimarrò sempre accanto, quali che siano le difficoltà”. Poi, aggiunse le parole che lo salvarono: “Sei sempre tu. E io ti amo”. Quelle tre parole “sei sempre tu” esprimevano qualcosa di veramente importante che non dovremmo mai dimenticare: nella vita non sono fondamentali l’aspetto fisico o i traguardi che abbiamo raggiunto, ma chi siamo veramente.
Dopo sei mesi di interventi, sofferenze e terapie Reeve tornò a casa immobilizzato su una sedia a rotelle, costretto a dipendere interamente dagli altri per mangiare, per respirare, per vivere. Eppure rifiutò di arrendersi. Decise di servirsi di quel che gli era accaduto e di volgerlo a proprio favore, in qualsiasi modo gli fosse stato possibile farlo. Da allora fino alla sua morte avvenuta il 10 Ottobre 2004, dedicò la sua vita ad una coraggiosa battaglia per le centinaia di migliaia di persone nel mondo vittime, come lui, di lesioni alla colonna vertebrale.

A conclusione della sua autobiografia scrisse: “Se qualcuno dovesse chiedermi qual è la cosa più difficile che ho imparato da questa situazione, sarei molto chiaro: non consentite al pessimismo di prevalere su di voi. Sapete, l’incidente mi ha reso invalido, ma sono felice di aver deciso di vivere. Tutti devono superare costanti difficoltà e disavventure, ma non c’è bisogno di essere Superman per farcela”.

 

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La storia di Christopher Reeve ci ricorda che, distinguere il fallimento dal successo non è ciò che ci accade, ma il modo con cui percepiamo tutto ciò. Quel che è capitato a Reeve poteva essere motivo di abbandono alla disperazione fino al punto di farsi morire, ma grazie alle parole di sua moglie e alla sua forte determinazione è riuscito a “imparare” da ciò che gli era successo e a pensare che quell’esperienza avesse, comunque, uno scopo. Prima o poi gli avrebbe procurato dei vantaggi. Il risultato di questo modo di rappresentare la vita fu che Reeve elaborò convinzioni e valori che gli permisero di continuare a dirigere la propria esistenza e quella delle persone a lui vicine in termini positivi, anziché tragici.

 

Tratto dal mio libro “Rendere al massimo”, Casa Editrice De Vecchi

 

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1+1=3 ovvero la forza del gruppo

1+1= 3 ovvero la forza del gruppo

Un giorno, un esperto del lavoro di squadra (in inglese “team building”) per spiegare l’importanza del gruppo fece il seguente esempio. Se due persone si scambiano una moneta, rimangono entrambe in possesso di una moneta; se, invece, si scambiano un’idea, acquistano entrambe un‘idea. Due persone, infatti, hanno maggiori risorse, maggiore forza di un solo individuo. Come affermò l’imprenditore statunitense Jean Paul Getty (1892-1976):

“Preferisco contare sull’1% di 100 persone, che sul 100% di me stesso”.

Da sempre e in qualsiasi ambito, la forza del gruppo sovrasta quella dei singoli. Perché è proprio l’appartenenza alla squadra che stimola il singolo a rendere al massimo, superando barriere che da solo non riuscirebbe mai ad affrontare. Per far funzionare un gruppo, occorre, però, che le persone coinvolte si sentano una squadra. Giocare in squadra non vuol dire, semplicemente, “scendere in campo” insieme ad altri. Significa, invece, cambiare mentalità: non mirare, solamente, a massimizzare il proprio risultato individuale, ma occuparsi della vittoria di tutti. Per far questo, occorre preoccuparsi non tanto delle proprie condizioni (fisiche, emotive, ecc.) o dello sviluppo delle proprie capacità professionali ma, soprattutto, di quelle di chi ci sta accanto. Giocare in squadra significa preoccuparsi, prima di tutto, di come si sente il nostro compagno e, successivamente, di come ci sentiamo noi.

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Julio Velasco, famoso allenatore della nazionale italiana di pallavolo dal 1989 al 1996, oggi speaker nel mondo aziendale, ha affermato che: “Motivare significa dare la carica, dare l’esempio, essere di stimolo e di supporto a chi gioca con noi. Perché da soli è difficile, se non impossibile, vincere”. E, comunque, si ottiene molto meno di quanto si potrebbe produrre lavorando uniti e compatti, come dimostrano i seguenti esempi tratti dall’esperienza sportiva.

I mondiali di calcio del 1982. «Dopo la partita col Camerum che finì in parità, ci ritrovammo spaesati negli spogliatoi. Nessuno di noi aveva voglia di parlare. Penso che molti si vergognassero di come avevano giocato. A un certo punto, Bearzot, il nostro allenatore, iniziò a parlare e fu un discorso che non dimenticherò mai:

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“Ragazzi, credo di aver messo in campo la squadra migliore. Penso che gli schemi provati e riprovati in allenamento siano i migliori oggi praticabili. Sono anche convinto che in quest’occasione nessuno di voi abbia giocato da campione qual è. Nessuno ha saputo tirar fuori ciò che ha dentro, le qualità che ha e per le quali ho scelto di farlo giocare come titolare. Siete dei campioni, ma non riuscite a dimostrarlo. State giocando 11 partite individuali, anziché giocare una partita sola tutti insieme. E così facendo nessuno di voi riesce a dare il meglio di sé e non riuscite neanche a stimolare gli altri a fare altrettanto. Per la prossima partita, io non farò grandi cambiamenti. Sta a voi farli. Sta a voi cercare nel vostro intimo la capacità di esprimere quello che avete. Sta a voi dimostrare di essere dei veri campioni. E potete farlo solo giocando non per voi stessi, ma l’uno per l’altro”». A ricordare queste parole fu Paolo Rossi (1956), attaccante dell’Italia e Capocannoniere del Campionato del Mondo nel 1982 e Pallone d’Oro nello stesso anno, nel suo libro Ho fatto piangere il Brasile (Casa Editrice Limina, pp. 269, Euro 14,90). Prosegue il racconto con particolari ancora più vividi.

«Dopo quel discorso, per tutti i giorni seguenti, cercammo di sostenerci e incoraggiarci a vicenda. In pochi giorni, si formò uno spirito di squadra senza precedenti, in cui ognuno trovava la carica, dandola all’altro. E quando mancavano pochi minuti all’inizio della partita col Brasile, c’era ormai in tutti noi una voglia irresistibile di “spaccare” il mondo, di dimostrarci campioni, di vincere tutti assieme una clamorosa partita». Il resto è storia: quel giorno scesero in campo 11 giocatori trasformati che poi divennero, il 7 luglio 1982 nel celebre Santiago Bernabéu di Madrid, Campioni del Mondo.

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I mondiali di calcio del 2006. La forza del gruppo è stata anche la leva motivazionale che ha permesso alla squadra italiana guidata da Marcello Lippi di conseguire, il 9 luglio 2006 all’Olympiastadion di Berlino, il suo quarto titolo mondiale di calcio. «Ho sempre pensato, ha affermato Lippi nel suo libro La squadra (Casa Editrice Rizzoli, pp. 192, Euro 16), che una squadra non può essere composta da due o tre giocatori che ti fanno vincere due o tre partite. Per vincere un campionato del mondo è determinante che quello più bravo non si senta il più bravo. Ma che siano altri a considerarlo il più capace, perché solo allora si metteranno, naturalmente, al suo servizio. E questo avviene se il più talentuoso non pretende che gli altri lo considerino tale. Per realizzare la continuità è fondamentale il ruolo del gruppo ed è essenziale la complicità fra tutti i giocatori. È determinante che ciascun calciatore pensi: “Io mi metto a disposizione di tutti”, e non “Voglio tutti a mia disposizione”. Noi abbiamo vinto i Mondiali come squadra e non perché fossimo i più forti in assoluto. Ho avuto la fortuna di avere dei giocatori fantastici che hanno compreso, esaltato ed oggettivato il concetto di “gruppo”».

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Il concetto di team sembra essere valido non solo per gli sport di squadra, ma anche per quelli individuali, come dimostra quest’altra testimonianza.

Valentino Rossi: un campione “fuori dalle righe”. Valentino Rossi è considerato tra i più grandi motociclisti di tutti i tempi. È stato, ad esempio, il primo italiano a vincere il Mondiale in tre diverse categorie: 125, 250, 500. Il 25 settembre 2005 è diventato per la settima volta, campione del mondo con la moto Yamaha nella classe 500. Il suo successo? La forza del gruppo come ha dichiarato lo stesso Valentino Rossi nella sua autobiografia Pensa se non ci avessi provato (Casa Editrice Mondadori, pp. 305, Euro 15). «È opinione comune che il motociclismo sia uno sport individuale, visto che in pista c’è il pilota, da solo contro gli altri. Ma in realtà anche questo è diventato, con gli anni e con l’evoluzione tecnologica, uno sport di squadra. Se il pilota non ha un gruppo forte alle spalle, può vincere anche qualcosa, ma non può realizzare imprese straordinarie. Le mie squadre non mi sono mai capitate, le ho sempre scelte, volute e cercate. Quando nel 1993 ho cambiato scuderia passando dalla Honda alla Yamaha ho portato con me il mio team perché ho sempre creduto nella forza del gruppo. Tra noi c’è calma e armonia, ognuno sa cosa deve fare e come farlo. Ci carichiamo l’un l’altro sia che si vinca sia che si perda. Per questo andiamo forti».

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1 + 1 = 3, ecco il risultato che si ottiene quando si riescono a costruire delle squadre vincenti. Questa è una formula che sembra valida in qualsiasi settore venga applicata: dallo sport al lavoro, dalle comunità religiose ai centri di assistenza. Ma come riuscirci? Ken Blanchard e Sheldon Bowles nel loro libro Uno per tutti, tutti per uno (Casa Editrice Sperling&Kupfer pp. 222, Euro 13) svelano un acronimo (disco) che vi aiuterà a realizzare delle squadre di successo.
Date uno scopo chiaro e installate valori e obiettivi condivisi. Create una sfida, una ragione d’essere che impegni e motivi le persone a collaborare. Definite obiettivi e strategie chiare e vincolanti sia per i singoli membri, sia per il team nel suo complesso. Stabilite un patto scritto in cui ciascuno si riconosca nei valori e nei principi del gruppo.
Sviluppate le abilità di ciascuno. Aiutate ciascun componente del gruppo a sviluppare le proprie potenzialità. Favorite un clima di fiducia reciproca per lavorare e “vincere” insieme. Ricordatevi che solo con la forza di un gruppo motivato si possono ottenere risultati straordinari.
Create uno spirito di squadra. Fate vostre le seguenti convinzioni: «Il tutto è maggiore della somma delle parti»; «Le competenze del gruppo sono superiori di quelle del singolo»; «Una squadra è qualcosa di più di un semplice insieme di persone»; «Nessuno di noi sarà forte come tutti noi»; «Uno per tutti, tutti per uno»; «Ognuno in un team, lavora per il bene comune»; «Ciascuno di noi deve essere dedito al bene della squadra».
Orientate le vostre attenzioni sulle azioni positive. Individuate dei comportamenti specifici che contribuiscano allo sviluppo dello spirito di squadra e poi non stancatevi di “sanzionarli” positivamente. Ricordatevi, infine, che in una squadra ad alto potenziale non c’è spazio per le persone disfattiste ma solo per quelle positive.

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Tratto dal mio libro: “Sviluppa il tuo carisma”, Giunti Editore

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Superare le avversità

SUPERARE LE AVVERSITA’

La vita ci mette spesso alla prova. Ci fa andare avanti e poi tornare indietro. È normale e a tutti capitano momenti favorevoli e situazioni contrarie.

Mia nonna aveva appesa nella sua stanza una targhetta in cui era scritto: “Sempre bene non può durare e sempre male non può andare”.

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IL CONTADINO SAGGIO

C’era una volta, nell’antica Cina, un contadino tanto povero quanto saggio.     Il suo unico avere era un vecchio cavallo che utilizzava nei lavori dei campi. Un giorno il cavallo improvvisamente sparì. I vicini di casa si recarono dall’uomo e gli dissero: “Che sfortuna che il tuo unico cavallo sia scomparso!”. Il contadino impassibile rispose: “Dipende. Non è detto che questa sia davvero sfortuna”. Manco a dirlo, dopo alcuni giorni il contadino vide arrivare il suo cavallo insieme ad uno splendido stallone selvaggio.           I vicini di casa si recarono allora dall’uomo e gli dissero: “Che fortuna, adesso possiedi due cavalli!”. Il vecchio disse ancora: “Dipende. Non è detto che questa sia davvero fortuna!”. Il contadino era vedovo ed aveva un unico figlio che lavorava nei campi. Cercando di domare il cavallo selvaggio il ragazzo cadde e si ruppe una gamba. I vicini commentarono: “Che sfortuna! L’unica persona che poteva aiutarti nell’imminente raccolto si è rotto una gamba”. Il contadino senza battere ciglio rispose con la solita frase: “Dipende. Non è detto che questa sia sfortuna”. Infatti, il giorno dopo, la Cina dichiarò guerra a un Paese vicino e tutti i giovani abili vennero arruolati in un conflitto sanguinoso e violento. Uno dei pochi che non partì per la guerra fu proprio il figlio del contadino, grazie proprio alla sua gamba rotta.

Prova a ripensare, con la mente in piena libertà, a un insuccesso o a un grosso errore che hai commesso nella tua vita. È probabile che, immediatamente, ti rattristerai, ma è probabile che quei presunti fallimenti o errori fossero parte integrante di altre esperienze che hanno comportato più successi che fallimenti; e, riesaminandoli, ti renderai conto che hai imparato di più da quelle sconfitte che da ogni altra esperienza da te fatta in quel periodo. È successo così anche per me. All’ultimo anno di liceo, quindi molti anni fa, rimasi bocciato all’esame di maturità. Sul momento rimasi molto amareggiato. Con gli anni, però, posso dirti che quell’episodio ha cambiato la mia vita. L’anno successivo, ad esempio, ho incontrato mia moglie (cosa che non sarebbe successa se io fossi stato promosso). Terminata la maturità mi sono iscritto al Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione (altro aspetto che non sarebbe potuto accadere se fossi stato promosso la prima volta poiché solo in quell’anno fu avviata quella specifica facoltà).

Ma come possiamo imparare a superare le sconfitte? Innanzitutto è importante a non temere il “fallimento”. Per esempio, invece di rappresentarti il rifiuto in termini negativi tali da bloccarti e non farti agire, puoi, se lo vuoi, associarlo a uno stimolo per andare avanti, per impegnarti ancora di più. Se c’è, infatti, una dote che hanno in genere tutte le persone che hanno raggiunto davvero le più alte vette del successo, è un incredibile livello di ostinazione e di tenacia come dimostrano i seguenti esempi.

 

Albert Einstein non parlò fino all’età di quattro anni e non imparò a leggere fino ai sette. Il suo insegnante lo definì “mentalmente tardo, asociale e sempre perso nel suoi stupidi sogni”. Fu espulso e gli venne negata l’ammissione al Politecnico di Zurigo.

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I genitori del famoso cantante d’opera Enrico Caruso volevano che diventasse ingegnere. Il suo insegnante diceva che non aveva voce e non sapeva cantare.

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Walt Disney fu licenziato da un direttore di giornali per mancanza di idee. Inoltre, andò in fallimento diverse volte prima di costruire Disneyland.

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Winston Churchill fu bocciato in prima media. Divenne primo ministro quando aveva ormai sessantadue anni e solo dopo una vita di sconfitte e delusioni. I suoi contributi maggiori giunsero quando era ormai anziano.

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Questi esempi dimostrano una semplice verità: non ci sono veri successi, senza avversità. Per questo motivo, un altro modo per superare le avversità è imparare dai propri errori.

 

Thomas Edison, ad esempio, dopo che per 9999 volte aveva tentato di perfezionare la lampadina elettrica senza riuscirci, qualcuno gli domandò: “Hai forse intenzione di andare incontro a 10.000 fallimenti?”. La risposta di Edison fu: “Io non fallisco, semplicemente, ho scoperto un altro modo di non inventare la lampadina elettrica”. Edison, in realtà, aveva scoperto che considerando in modo diverso gli errori si ottengono risultati migliori.

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In effetti, se ci pensiamo bene, le grandi lezioni di vita le abbiamo imparate commettendo errori. Quante volte siamo caduti da piccoli per imparare a camminare o per imparare ad andare in bicicletta?

Perciò il consiglio che mi permetto di darti è quello di pensare sempre che NON ESISTONO FALLIMENTI O ERRORI ma soltanto ESPERIENZE. Ma c’è ancora un aspetto da evidenziare. Non basta fare ESPERIENZE. È importante anche IMPARARE DALLE ESPERIENZE. Quanti individui, infatti, continuano a commettere sempre gli stessi errori? Per non fare come loro è fondamentale tenere traccia dei propri sbagli e imparare da essi per cercare di non fare gli stessi errori.

 

Tratto dal mio libro “Rendere al massimo”, Casa Editrice De Vecchi

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La forza dell’intuizione

LA FORZA DELL’INTUIZIONE

L’intuizione non è un fenomeno “magico“. Sono i nostri pensieri “sommersi” che vengono alla ribalta. E ci presentano la soluzione di un problema. Una dote che possiamo coltivare.
In quest’articolo per Vita e Salute pubblicato nel mese di maggio 2015 troverai diversi spunti pratici ed esercizi per recuperare, appunto, la nostra intuizione.

MENTE CONSCIA E INCONSCIA

Come è noto la nostra mente ha una componente conscia e un’altra inconscia.
La mente conscia è razionale, analitica, sequenziale e astratta; elabora le informazioni in modo lineare, una dopo l’altra; interpreta e ordina gli input facendo ricorso a categorie (grande o piccolo; alto o basso; bello o brutto; ecc.); descrive la realtà attraverso simboli e termini del linguaggio (in essa risiede, infatti, la funzione verbale).

La mente inconscia, al contrario, è non verbale, globale, concreta, non sequenziale, sintetica e intuitiva. Cerca relazioni tra le parti e rifiuta astrazioni simboliche.

A volte le nostre due menti collaborano, suddividendosi i compiti in base alle reciproche abilità, altre volte una delle due, solitamente, la parte raziocinante, svolge un ruolo dominante, inibendo l’altra.

Ma cosa significa esattamente  intuizione ?

È una parola latina intueor, composta da in cioè “dentro” e tueor ovvero “guardare” (quindi “intuizione ” significa letteralmente “entrare dentro con lo sguardo“).

Per la scienza l’intuito è esperienza unita a conoscenze che non sappiamo di avere. Più semplicemente intuire significa rinunciare al controllo della mente razionale e fidarsi delle visioni dell’inconscio.

ASCOLTARE L’INCONSCIO

Non sempre lo facciamo ed è per questo che talvolta facciamo più fatica a risolvere i problemi. È nell’inconscio che ha sede l’insight attraverso cui riusciamo a guardare oltre l’abituale modello della realtà. Nell’inconscio non esiste autocensura e le idee, anche le più folli, sono libere di combinarsi fra loro in associazioni imprevedibili e promiscue. Inoltre l’inconscio “pesca” nel magazzino di tutte le nostre conoscenze, comprese quelle di cui siamo inconsapevoli. Su 83 premi Nobel della scienza e della medicina, 72 hanno citato l’intuizione fra i fattori determinanti del loro successo (Fonte: Focus 10/2003). Come disse il grande matematico francese Jules Henri Poincaré , vissuto tra il 1854 e il 1912: «Con la logica dimostriamo ciò che con l’intuizione abbiamo scoperto».

Facciamo qualche esempio:

  • A Isaac Newton bastò la caduta di una mela sulla testa per teorizzare la teoria della gravità.
  • Archimede di Siracusa, invece, scoprì la legge che prende il suo nome (principio di Archimede) rilassandosi nella sua tinozza mentre stava facendo il bagno.

La storia vuole che Archimede entrando nella sua vasca da bagno, notò che il livello dell’acqua era salito; ciò lo indusse a capire che il volume di acqua spostata doveva essere uguale al volume della parte del suo corpo immersa.

eurekaSi racconta che il desiderio di condividere questa scoperta fu talmente grande che egli si mise a correre nudo per le vie di Siracusa gridando “Eureka” (parola greca che vuol dire “ho trovato”.

Come ho avuto modo di scrivere nel mio libro “Problem solving creativo: come trasformare i problemi in opportunità ” (Casa Editrice De Vecchi, pp. 150. Euro 9.90):
«Il fattore cruciale dell’insight è il suo carattere fulmineo tutto o niente».
Come ottenere, dunque, la collaborazione dell’inconscio? E come possiamo sviluppare a nostro favore l’insight?

In quest’articolo troverai spunti pratici per dialogare con il tuo io profondo. Approfondirai la fase dell’incubazione e la fase della traspirazione che ti consentiranno di coltivare il tuo processo intuitivo.

Infine, l’articolo si concluderà con la mappa di Laura Montorio . Attraverso di essa potrai focalizzarti sui concetti chiave.

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Se desideri avere copia di quest’ articolo puoi scrivermi e sarò molto felice di donartene una copia (email: piovanomassi@hotmail.com).

Ti ricordo che Vita&Salute è stata la prima rivista in Italia ad occuparsi di salute e di medicina (anno di fondazione 1952). Per maggiori informazioni vedi: www.vitaesalute.net

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La paura della paura

LA PAURA DELLA PAURA

Ci sono timori oggettivi e immaginari. Sono quest’ultimi, più di altri a bloccarci. In quest’articolo per Vita e Salute del mese di giugno 2015 troverai diversi spunti pratici per superare la “paura della paura”.

Ma che cos’è esattamente la paura? È un’intensa emozione psicofisica che deriva dalla percezione di un pericolo o di una minaccia per la nostra sopravvivenza. La paura è un’emozione primaria presente anche tra gli animali. È fisiologica. Come avere fame, sete, sonno.

Quindi, se anche tu, ogni tanto, provi paura, vuol dire che sei una persona sana e che la tua mente sta svolgendo perfettamente i suoi compiti. Eppure, nonostante la paura sia un naturale meccanismo biochimico che ci allerta di un potenziale pericolo, si fa comunque fatica ad ammettere di averla. La si nega. Perché avere paura, secondo gli stereotipi della nostra società, vuol dire essere “femminucce”, essere degli “sfigati”.

Sai qual è la differenza tra il codardo e il coraggioso? Entrambi hanno paura. Ma il codardo la rifugge; mentre il coraggioso la riconosce e la affronta. Il vero eroe non si vergogna di avere paura, ma la accetta e, anzi, spesso la usa come stimolo positivo per agire e tirare fuori il meglio da sé. E tu quali paure hai? Possono essere concrete o astratte.

MA QUAL E’ LA CAUSA SCATENANTE DELLA PAURA?

Secondo Roberto Re autore del libro “Cambiare senza paura” edito da Mondadori:

«La paura viene generata dall’immaginare il peggior scenario possibile».

Ed è questo il punto. Nella maggior parte dei casi è “la paura della paura” quella che ci condiziona maggiormente, ossia il timore di poter rivivere una minaccia che in passato ha minato la nostra sicurezza, reale o simbolica che sia.

COME SCACCIARE LE TUE PAURE

In quest’articolo troverai “i sette passaggi fondamentali” per scacciare le tue paure. Inoltre, potrai leggere l’intervista a Roberto Re, tra i più autorevoli formatori italiani, il quale ci parlerà di un metodo anti-paura da lui elaborato.

Troverai anche un’altra importante intervista a Mario Furlan, fondatore dei City Angels autore del libro “Basta paura” (Casa Editrice Franco Angeli), il quale ci indicherà delle strategie molto semplici per “sbloccarci”.

Infine, l’articolo si concluderà con l’interessante Mappa Mentale di Laura Montorio. Attraverso questa mappa potrai focalizzare i concetti chiave, della paura.

Se desideri avere copia di questo articolo puoi scrivermi e sarò molto felice di donartene una copia (email: piovanomassi@hotmail.com).

Ti ricordo che Vita&Salute è stata la prima rivista in Italia ad occuparsi di salute e di medicina (anno di fondazione 1952). Per maggiori informazioni vedi: www.vitaesalute.net